Oggi è il mio compleanno, e per festeggiare ho deciso di postare una mia creazione basata sull’opera che amo di più: Full Metal Panic!

Si tratta di una fan fiction in stile Fumoffu, che alterna quindi parti comico-demenziali a parti sentimentali. Ovviamente ci ho messo del mio – la prima stesura risale a quest’estate, quindi risente molto dello stile che avevo in quei mesi – ma ho cercato comunque di mantenere i personaggi il più fedele possibile agli originali.

La storia è collocabile dopo il romanzo Odoru Very Merry Christmas, quindi oltre la serie animata. Se hai seguito solo l’anime, comunque, stai tranquillo: riuscirai lo stesso a capire tutto e non avrai grossi spoiler. Tieni conto però che il rapporto tra Sousuke e Kaname è leggermente più profondo rispetto alla fine di The Second Raid. Se segui il manga, la storia è collocabile prima del quarto volume di Sigma.

Piccola avvertenza: questa storia è piena di doppi sensi. Pertanto, se la tua filosofia di vita è oddio, sesso!  peccato! il mio consiglio è di girare su altri lidi. Non preoccuparti per i bambini, non ci sono termini espliciti, quindi se anche leggessero non capirebbero nulla.

Se la storia avrà successo vedrò se postarla anche da altre parti, per adesso voglio un po’ sondare il campo. Buona lettura!

Whispered Amnesia

L’appartamento di Kaname Chidori aveva il termosifone così alto che a volte Sousuke Sagara si dimenticava di essere a gennaio. Quel giorno, però, c’era qualcos’altro a riscaldare l’atmosfera. Kaname lo stava squadrando con occhi sottili e braccia sui fianchi, la mano destra armata di harisen. Sousuke conosceva bene quell’atteggiamento, così come conosceva ciò che l’aveva causato.
«Sei in ritardo!» esclamò la giovane puntandogli contro il ventaglio. «Ti rendi conto delle conseguenze?»
«Affermativo» rispose Sousuke con i nervi saldi. «Tu adesso ti arrabbierai e mi colpirai con forza.»
«Non sto parlando di questo, stupido! Possibile che tu non capisca mai niente? Domani c’è il test di matematica!»
Sousuke deglutì. Kaname appoggiò l’harisen sul tavolo, si avvicinò alla cucina e iniziò a riempire una brocca d’acqua.
«Mi dispiace, Chidori. Avresti dovuto esercitarti anche senza di me.»
«Lo so» ribatté lei chiudendo il rubinetto. «Ma non è questo il punto. Io non ho alcun problema nelle materie scientifiche, mentre tu sei arrivato in ritardo!» gridò, e la brocca piena che teneva in mano barcollò leggermente.
Sousuke rimase immobile. Se lei poteva davvero sfruttare le conoscenze whispered per la matematica, perché ci teneva così tanto alla sua puntualità? E soprattutto, perché voleva studiare con lui?
«Ero in missione» si giustificò. «Sono rientrato tredici minuti fa e ho fatto il possibile per essere puntuale. Mi dispiace di aver fallito. In ogni caso, nessun problema. Il danno non dovrebbe essere irreparabile. Come hai appena ricordato, tu puoi studiare benissimo anche senza la mia presenza.»
«Stupido!» esclamò lei stringendo il manico di vetro. «Sei sempre il solito! Non cambierai mai! Approfitti della mia sensibilità e non ti accorgi che io mi stavo solo preoccupando per t–»
«Chidori!»
La brocca si piegò di lato e parte dell’acqua si rovesciò a terra. Kaname la rimise diritta, ma il suo piede sinistro si posò sul pavimento bagnato e scivolò in avanti facendole perdere l’equilibrio.
«Chidori!» gridò di nuovo Sousuke correndole incontro. «Sei ferita?»
La ragazza era stesa a terra di schiena. Le sue braccia tenevano ancora la presa sicura sulla brocca, ma l’acqua era fuoriuscita sui suoi vestiti.
«Tu» scandì mentre provava a sedersi. «Tu… razza di idiota!» urlò, e gli lanciò la caraffa in faccia. I riflessi da soldato del ragazzo gli permisero di schivarla, ma l’oggetto si schiantò contro il frigorifero e si infranse sul pavimento.
«È tutta colpa tua!» continuò Kaname rialzandosi.
«Chidori, io non ho fatt–»
«Non m’interessano le tue scuse! Se tu fossi arrivato in orario questo non sarebbe mai successo! Tu non cambierai mai, continuerai a portare guai per il resto della tua vita! E io non voglio più averci a che fare, chiaro?»
Detto ciò, gli diede le spalle e si avviò verso il bagno.
«Chidori, aspetta!» la seguì Sousuke. «Pulirò io per terra, così inizieremo subito a studiare. Chidori?»
Lei si voltò di scatto. «Posso andare a cambiarmi o devi guardarmi anche mentre mi spoglio?»
«Ah. No, scusami» disse lui riacquistando compostezza, e si voltò verso la cucina in cerca di scopa e paletta.
Aveva appena iniziato a raggruppare i vetri, quando un urlo acuto gli fece scattare d’istinto le mani sulla pistola. Avanzò con passo silenzioso e avvertì un tonfo sordo.
Veniva dal bagno.
Tenne la glock abbassata, raggiunse la parete di fianco alla porta chiusa della toilette, appoggiò la schiena al muro e rialzò l’arma all’altezza della testa.
«Chidori?» la chiamò con voce decisa.
Nessuna risposta.
«Chidori? Sei lì dentro? Rispondi!»
Silenzio.
Sousuke sentì il cuore contorcersi, come gli accadeva ogni volta che lei era in pericolo. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente, poi si voltò verso la porta e l’aprì con un calcio. Non c’erano segni di combattimento nella stanza; la finestra era chiusa, non c’erano armi o materiali sospetti e l’odore dell’aria non rilevava la presenza di gas tossici.
Kaname era stesa a terra, in biancheria intima, priva di sensi.
Sousuke si fiondò su di lei e le afferrò il polso. Era viva. Il suo cuore si rilassò.
«Chidori, mi senti?» la chiamò sollevandole la testa.
Doveva essere opera dell’Amalgam.
Impossibile, pensò. Nessuno può penetrare in questa casa senza lasciare tracce. Ho piazzato io stesso le trappole, ho fiducia nel mio lavoro.
Mentre continuava a porsi domande, il suo sguardo cadde su un piccolo oggetto bianco vicino alla doccia.
Una saponetta.
Possibile che Kaname fosse inciampata due volte nel giro di pochi minuti? Le probabilità di un evento del genere erano minime, ma d’altra parte l’ipotesi non poteva essere esclusa con certezza. Inoltre, se il nemico era davvero riuscito a raggiungere il bagno, per quale motivo non l’aveva rapita?
Se Kaname fosse stata sveglia, gli avrebbe di certo detto che era sempre il solito fissato. Sousuke osservò la ragazza svenuta e le sue labbra abbozzarono un sorriso.
Per una volta ti darò ascolto, Chidori.
La fece stendere sul divano vicino al tavolo dove avrebbero dovuto studiare e le mise un cuscino sotto la testa. Si chiese se avrebbe dovuto coprirla, ma con il riscaldamento così alto dubitò che avrebbe avuto freddo. Dopo pochi istanti le palpebre di Kaname emisero un leggero movimento.
«Chidori!» Sousuke si inginocchiò vicino al divano. «Riesci a sentirmi?»
Kaname aprì gli occhi, poi li sbatté per recuperare il senso della realtà. Il suo sguardo era perso nel vuoto.
«Chidori? Sono io, Sousuke Sagara. Guardami.»
Mantenendo il suo stato confusionale, Kaname girò il collo verso di lui. «Sousuke… Sagara?» ripeté.
«Affermativo.»
«Dove sono?»
«Nel tuo appartamento. Sei inciampata e hai sbattuto la testa.»
«H-ho sbattuto la testa?» disse Kaname, e sollevò le mani per portarsele alle tempie. «E adesso va tutto bene?»
«Certo. Nessun problema.»
«Nessun problema…» Kaname strinse gli occhi. «Non è la prima volta che sento questa frase.»
Sousuke la scrutò con maggiore attenzione. Il suo corpo non aveva riportato traumi, eppure lei pareva sotto shock.
Kaname lanciò un grido.
«Che succede?!» esclamò Sousuke estraendo la pistola. Era forse arrivato il nemico?
Kaname osservò l’arma con gli occhi spalancati, poi si voltò dall’altra parte. «Sono in biancheria intima!» esclamò. «Vicino… vicino a un ragazzo!»
Sousuke si rilassò e rifoderò la glock. «Meno male. Temevo che qualcuno fosse venuto a farci visita.»
Kaname tornò a fissarlo. «Siamo da soli? Io sono in casa da sola con un ragazzo che non conosco?»
Il giovane ebbe un sussulto. «Hai detto che non mi conosci?»
«Sì. Non ti ho mai visto.»
«Ma hai pronunciato il mio nome!»
«L’ho solo ripetuto» disse Kaname. Stava riacquistando lucidità. «Io non conosco nessun “Sousuke Sagara”.»
«Qual è l’ultima cosa che ricordi?»
Kaname parve colta alla sprovvista. Sollevò la schiena e si abbracciò le ginocchia in silenzio.
«Ricordi qualcosa?» riprovò Sousuke.
«Sì» rispose lei. «Tra poco inizierò il secondo anno all’istituto Jindai, o almeno credo. Avverto un senso di vuoto, come se mi fossi dimenticata qualcosa di importante.»
«Stai avendo un’amnesia» concluse Sousuke. «Hai dimenticato gli avvenimenti degli ultimi otto mesi.»
«Otto mesi?!» ripeté Kaname tornando a fissarlo. «Vuoi dire che ho già iniziato il secondo anno?»
«Affermativo. Ormai siamo verso la fine.»
«Siamo?»
«Sì. Io mi sono trasferito qui a Tokyo ad aprile, sono un tuo compagno di classe.»
«Oh.»
Kaname si guardò intorno con aria curiosa, e Sousuke si chiese se fosse il caso di rivelarle la verità sul proprio conto. Sperava fortemente che l’amnesia fosse temporanea. Non riusciva a immaginare che cosa sarebbe successo se la memoria non le fosse più tornata. Si voltò verso il tavolo e il suo sguardo cadde sui quaderni di matematica in attesa di essere aperti. Forse la soluzione migliore era compiere le azioni già programmate, in modo da dare la possibilità a Kaname di ricordare i gesti che era solita compiere.
«Credo di aver capito» sussurrò la ragazza guardandosi le ginocchia. «Mi dispiace.»
Sousuke non comprese e rimase in silenzio.
«Noi, insomma, io non mi ricordo niente, dunque non me la sento di andare avanti con ciò che stavamo per fare» mormorò, e si fissò il reggiseno.
Giusto, pensò Sousuke, non ricorda più le lezioni di matematica del secondo anno, quindi è probabile che non sia più in grado di studiare.
«Non preoccuparti, ti aiuterò io» le disse. «Tu sei veramente eccezionale in questo campo, quindi sono sicuro che non avrai problemi.»
Kaname arrossì di colpo. «A-aspetta, ma quindi quello che ho pensato è giusto? Noi due, insomma, abbiamo davvero fatto quelle cose
Sousuke rifletté un istante. Studiare insieme non era una cosa che facevano tutti, era necessario aver instaurato un rapporto di fiducia reciproco con il proprio compagno, simile a quello che legava i soldati della SRT quando andavano in missione. Sì, era così. Kaname voleva essere sicura di trovarsi di fronte a una persona fidata per poter svolgere gli esercizi in tranquillità, e lui doveva rassicurarla.
«Sì, abbiamo fatto tutto» le disse. «Ma stai tranquilla, tra noi esiste un legame molto profondo. Tu stessa qualche mese fa mi hai detto che ti fidavi di me completamente.»
«Davvero?»
«Affermativo.»
Lei lo scrutò sbattendo le palpebre. «Come mai parli in questo modo strano?»
«Io sono strano. Anche questo me l’hai detto tu.»
Kaname scoppiò in una breve risata. «A questo ci credo» disse, e gli sorrise.
Sousuke si sentì sollevato. «Allora, possiamo cominciare?»
Lei spalancò gli occhi e si coprì di scatto con le braccia. «Adesso? Ma… ma fino in fondo
«Certo» rispose lui. Ormai era determinato nel voler arrivare alla soluzione di tutti gli esercizi.
«Ma l’abbiamo già fatto? Sei sicuro?»
«Sicurissimo. L’abbiamo fatto tutte le volte che ne abbiamo sentito il bisogno.»
La testa di Kaname era diventata color fragola. «Capisco. Ma ecco, come ti ho detto io non mi ricordo nulla! Insomma, sono inesperta, non so da dove cominciare!»
«Nessun problema, sarò io a guidarti. Tu hai delle conoscenze innate» disse, sperando che l’argomento whispered potesse farle riaffiorare la memoria.
«Eh? Sono davvero così brava?»
«Assolutamente. Non conosco nessuna persona più abile di te in questo campo.»
Kaname si coprì la faccia. «Senti, ma dobbiamo proprio? Non possiamo farlo un’altra volta?»
Il test è domani, pensò Sousuke. Non possiamo rimandare.
«Mi dispiace, non è possibile. È passato molto tempo dall’ultima volta che l’abbiamo fatto, dunque dobbiamo recuperare.»
«Ah, se è così… non potremmo almeno fare qualcos’altro? Sai, per me sarebbe la prima volta, non me la sento di arrivare fino a quel punto.»
«Se non arriviamo fino in fondo non mi sentirò pienamente soddisfatto.»
«Eh?» Kaname si tolse le mani dal volto e lo fissò con lo sguardo in fiamme. Sousuke non avrebbe saputo dire se il rossore fosse dovuto alla vergogna o alla rabbia.
«Sporco pervertito!» gridò Kaname. «Possibile che tu non capisca come mi sento? Mettiti nei miei panni, accidenti! È già tanto che ti abbia proposto una soluzione alternativa, non credi? E invece no, tu devi fare i capricci perché sennò non sei contento!»
Sousuke alzò le mani d’istinto per prevenire eventuali attacchi. «Chidori, i miei non sono capricci, non c’è nient’altro che posso fare per potermi ritenere soddisfatto. Fare le cose più semplici sarebbe inutile.»
Kaname afferrò il cuscino e lo usò per coprirsi il petto e lo stomaco. «Dunque non ti va bene neanche fare quello nel modo tradizionale?»
«Esatto. Ci sono cose che io non ho mai provato e che voglio fare per la prima volta con te. Sono complicate, è vero, ma proprio per questo quando si arriva alla fine si è ancora più soddisfatti.» Avvicinò il suo volto a quello di Kaname e la fissò diritta negli occhi. «Non avere paura. Non ci sarà nessun problema. Io conosco le tue capacità, e se sto insistendo è perché so che puoi farcela. Non devi preoccuparti, perché quando avremo finito sarai pienamente soddisfatta anche tu. So che non puoi ricordarlo, ma io ricordo benissimo la tua gioia nell’essere arrivata fino in fondo. Fidati di me, ti prometto che non ti deluderò.»
Gli occhi di Kaname divennero lucidi. Lasciò andare il cuscino, lo spostò di lato e si asciugò la lacrima che le aveva appena rigato la guancia sinistra. «E va bene» sussurrò. «Non credo di poter esaudire le tue aspettative, ma mi lascerò guidare da te. In fondo io non ricordo nemmeno a chi ho dato il mio primo bacio.»
«Bacio?» domandò Sousuke confuso. «Non mi risulta che i baci siano necessari per quello che dobbiamo fare.»
«Eh?! Beh, insomma, sì, credo che si possa fare anche senza, ma –»
«Allora non preoccuparti, non ci saranno baci.»
Kaname sussultò. «Cosa? Ma è da animali!»
«L’essere umano è classificato come primate.»
Kaname gli tirò uno schiaffo. «Vattene!»
Colto alla sprovvista, Sousuke si portò le dita sulla guancia colpita continuando a fissarla.
Ma cosa ho fatto?
«Chidori, non ho detto nulla di sbagliato.»
«Tu sei sbagliato!» gridò lei, poi afferrò il cuscino e glielo sbatté in testa. «Sparisci, esci di casa e non farti mai più vedere!»
Sousuke usò le braccia per ripararsi dalle cuscinate cercando di mantenere l’equilibrio. «Chidori, non capisco. Il bacio è la sovrapposizione delle labbra, giusto? Ha forse altri significati?»
«No, razza di idiota!» esclamò lei, e approfittò della distrazione per centrarlo in pieno volto. «Smettila di prendermi in giro! Ti ho detto di andartene! Svanisci! Disintegrati!»
«Chidori, se lanciassi una granata ora –»
«Piantala di sparare stupidaggini!»
«Sparare? Chidori, è pericoloso, potrei –»
«Muori!» urlò la ragazza, e gli tirò un calcio sotto il mento che lo spedì diritto contro il tavolo, facendo cadere i quaderni.
Sousuke si ritrovò seduto a terra. La testa gli doleva. Aprì gli occhi. Di fronte a lui c’erano le gambe di Kaname. Ebbe paura.
«Chidori…» mormorò con un filo di voce. «Non capisco, perché non vuoi studiare?»
«Studiare?!»
Sousuke alzò lo sguardo. La faccia di Kaname era in fiamme.
«L’unica cosa che ti interessa studiare è il mio corpo!»
Sousuke rimase in silenzio. Di che cosa stava parlando? Aveva forse frainteso i suoi discorsi? Lui sapeva di aver difficoltà nel comprendere il senso di alcune espressioni dei suoi coetanei, quindi era possibile che avesse utilizzato dei termini in modo errato. Non aveva idea del perché Kaname avesse nominato il proprio corpo, ma capì che doveva intervenire prima che fosse troppo tardi.
«Chidori, dobbiamo studiare matematica. Domani c’è il test.»
Kaname sbatté le palpebre. «Cosa? E me lo dici adesso?»
«Te lo sto dicendo da quando ti sei svegliata. So che non ricordi le lezioni, ma io ti ho offerto il mio aiuto per recuperare. Tu hai un grande talento nelle materie scientifiche, sei la più brava della classe. Dobbiamo riuscire a risolvere gli esercizi più difficili, perché i più semplici potrebbero non garantirmi la promozione. Per questo voglio risolverli con te, se arriveremo insieme fino in fondo e troveremo la soluzione, saremo entrambi soddisfatti di avere speso le nostre ore sui libri.»
Kaname ascoltò l’intero discorso in silenzio, poi si voltò e si avviò verso il fondo della stanza.
Quando tornò teneva in mano la mazza da sotf-ball.
«Chidori?» disse Sousuke, e si alzò per farla riflettere.
La giovane impugnò l’oggetto con entrambe le mani e gli colpì la testa come se fosse una pallina. Sousuke volò dall’altra parte della stanza e si schiantò contro la parete.
«Deficiente!» gridò Kaname. Sousuke, ancora stordito a terra, sentiva i suoi passi avvicinarsi. «Sei uno stupido! Stupido! Non cambierai mai!»
Sentendo quest’ultima frase, Sousuke scattò in piedi e l’afferrò per le spalle. «Ripeti quello che hai detto.»
«Come?»
Kaname perse le forze. Sousuke la trattenne in piedi e la vide osservare la stanza con occhi vacui.
«Tu» mormorò la ragazza. «Tu sei sempre il solito.»
«Ti è tornata la memoria?»
«Io… non lo so. Sento dei sussurri.»
È cio che sentono i whispered, pensò Sousuke.
«Stai bene? Ti ricordi chi sono?» le chiese.
Kaname lo osservò per un istante, poi fece un passo indietro e si liberò dalla presa. «È strano» disse. «Sì, ricordo. Ho mal di testa.»
«Se vuoi riposare, studierò da solo.»
«Oh, no, non è necessario» rispose lei, e abbassò lo sguardo sul proprio corpo. «Adesso è meglio che vada a vestirmi.»
Detto ciò, lasciò la stanza e si avviò in camera. Sousuke rimase sull’attenti, pronto a intervenire in caso di rumori sospetti, ma questa volta non vi fu alcun imprevisto. Kaname tornò con indosso una tuta blu e gli rivolse un lieve sorriso.
«Allora, adesso possiamo studiare?» gli chiese.
Lui annuì.
«Mi raccomando, non raccontare a Kurz quello che è successo.»
«Ricevuto.»
«Anche se presumo che non avrai capito niente.»
«È così, infatti» confessò Sousuke. «Il legame tra la matematica e il bacio mi è tutt’ora oscuro.»
Kaname sorrise di nuovo e si sedette di fronte al proprio quaderno. Sousuke la imitò. Le sedie erano piuttosto vicine, ma lui non se la sentì di allontanarsi da lei.
«Lascia perdere, è stato un malinteso» disse Kaname. «Non avevo capito che stavi parlando di matematica.»
Sousuke pensò di chiederle che cosa avesse capito, ma vide che lei aveva già iniziato a concentrarsi sul primo esercizio.
Un bacio.
Era una gesto molto importante, l’aveva imparato a sue spese quando l’aveva dato a Mizuki. Ma quello non poteva essere considerato un vero bacio, perché lei non era d’accordo. E non lo sarebbe stato nemmeno lui, a dirla tutta, se avesse saputo che i baci si davano alla persona che piaceva.
Ora saprei chi baciare.
Questa nuova consapevolezza gli provocò un’ondata di imbarazzo. Ce l’aveva sempre accanto, la persona che gli piaceva. Ce l’aveva accanto anche in quel momento. E lui sapeva che gli piaceva, lo aveva a capito sulla Pacific Christmas. Ma no, in fondo era così da sempre, da quando in quell’ormai lontana giornata di aprile l’aveva incontrata per la prima volta. Per lei aveva rischiato più volte di mandare all’aria i piani della Mithril, per lei aveva rinunciato a metà del suo stipendio, per lei aveva spezzato il cuore di Tessa. E ora, che cosa stava facendo?
«Chidori?»
Kaname alzò lo sguardo dal quaderno e si voltò verso di lui. «Che succede? Ti sei bloccato già al primo esercizio?»
«No, in realtà devo ancora iniziare.»
«E allora muoviti, dai» gli disse aprendogli il quaderno su una pagina bianca.
«D’accordo, ma prima voglio chiederti una cosa.»
Lei parve sorpresa. «Cosa c’è?»
«Prima ti sei arrabbiata perché non ho dato abbastanza importanza al concetto di “bacio”, giusto?»
Kaname arrossì. «Ma no, ti ho detto che avevo frainteso, non serve che continui a pensarci.»
«In ogni caso, sappi che non lo farò più. È una promessa.»
Lei lo fissò senza aprire bocca.
«Mi dispiace» proseguì lui. «Ho capito che tu dai molta importanza a quel gesto, quindi non ne parlerò più in quel modo.»
Lei abbassò lo sguardo sul quaderno e il suo volto si rabbuiò. «Invece non è poi così importante» disse. La sua espressione era seria, come se stesse tentando di celare un ricordo spiacevole.
Sousuke sperò che si sfogasse con lui, ma ottenne solo silenzio. Dopo un tempo che gli sembrò infinito, si decise a parlare.
«Io ho deciso di darci importanza.»
Kaname tornò a guardarlo senza mutare espressione.
«Voglio che tu lo sappia» continuò Sousuke. «Proprio perché lo ritengo importante, considero un vero bacio solo quello che si scambiano due persone che si piacciono. Se una delle due persone non piace all’altra, non si può parlare di bacio.»
Sul volto di Kaname riapparve il sorriso. Sousuke non capì il motivo, ma pareva che le sue parole avessero sortito in lei un effetto benefico.
«Quindi per te è così» disse la giovane. «Pensi che sia giusto baciare solo una persona che ti piace e che sai che ricambia.»
«Esatto.»
«E se io ti chiedessi…» iniziò Kaname, ma interruppe la frase a metà e deglutì.
Sousuke mantenne lo sguardo fisso su di lei. «Che cosa?»
Kaname arrossì di nuovo e tornò a fissare il quaderno afferrando una penna. «Beh, ecco… tu, insomma… accetteresti di… con me…»
«Nessun problema.»
Kaname strinse gli occhi per un’istante, poi sollevò la penna e la fece penzolare di fronte alla faccia di Sousuke. «Bene, allora io e te facciamo insieme gli esercizi! Ti sta bene?»
Sousuke fissò l’oggetto sbalordito.
«Cosa c’è?» gli chiese Kaname. «Non vuoi?»
«Ah. No, no, negativo, cioè, sì, affermativo, ricevuto, nessun problema!»
Sousuke si chiese che cosa gli avesse preso. Dovevano studiare, non avevano tempo da perdere in sciocchezze.
«Bene, allora cominciamo!» esclamò Kaname mostrandogli il quaderno.
Sousuke sospirò e abbassò lo sguardo sulla pagina bianca.
Quando me lo chiederai davvero, io ti dirò di sì.